6. La Seconda guerra mondiale
6.6. La Svizzera durante la Seconda guerra mondiale

Il problema dei profughi

La Svizzera e i profughi

La linea adottata dalla Svizzera nei confronti dei profughi presenta una strettissima correlazione fra gli elementi a lungo termine (linee-guida strutturali della politica nazionale in materia di stranieri) e quelli a breve termine (politica nei confronti della Germania nazista, delle sue misure di persecuzione e della condotta di guerra dell’Asse).

Fin dal primo conflitto mondiale le autorità elvetiche considerarono prioritario lottare contro l’inforestierimento del paese. L’ufficio centrale federale di polizia degli stranieri, creato in seno al Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) per accentrare tale politica e tradurla in atto, durante gli anni Venti venne rafforzato da disposizioni giuridiche; a ciò si aggiunsero molte misure sul piano economico e culturale volte a contrastare ogni influsso straniero, cosicché la politica demografica intesa a minimizzare la presenza di stranieri in Svizzera riposava su un ampio consenso sociale.

Particolarmente importante in tal senso era l’antisemitismo. Alimentato da forme precedenti di antigiudaismo cristiano, anche qui - come in altri paesi europei - esso aveva ritardato l’equiparazione politica degli ebrei nell’Ottocento; per lo più inespresso e tabuizzato, all’insegna di una forma mentis fondamentale dell’intera società aveva provocato la marginalizzazione sociale, economica e politica della piccola minoranza ebraica. Ciò fece sì che gli ebrei fossero sottorappresentati nell’amministrazione, nelle federazioni economiche e nell’esercito, discriminati in sede di concessione della cittadinanza e infine, benché palesemente perseguitati, non riconosciuti come profughi; Heinrich Rothmund, che dirigendo la divisione di polizia del DFGP era competente per la linea adottata sia verso gli stranieri sia verso i profughi «per motivi razziali», lottò quindi non soltanto contro l’inforestierimento del paese ma in special modo contro la sua giudaizzazione.

In tale contesto le trattative germano-svizzere che condussero, dopo l’annessione dell’Austria al Reich (1938), all’apposizione della "J" sui passaporti degli ebrei tedeschi, sono parte di una storia che non si può circoscrivere agli "anni bui" della dominazione nazista. Se è pur vero che Rothmund osteggiò l’introduzione di quella misura discriminatoria e prese in considerazione l’obbligo del visto per tutti i cittadini tedeschi, il Consiglio federale invece, di fronte alla cacciata sistematica degli ebrei dal Reich, vagliò le misure più disparate per tenerli lontani dalla Svizzera, senza voler turbare le relazioni col regime nazista; le autorità, per esempio, fondarono la loro prassi in materia di visto sulle categorie razziste "ariano" e "non ariano", utilizzandole anche in sede amministrativa. L’insuccesso della conferenza di Evian (estate 1938) e le restrizioni decise dagli altri Stati rafforzarono la volontà di difesa dai profughi ebrei; si giunse infine, pertanto, a un accordo il cui prezzo era la capitolazione morale davanti all’antisemitismo razzista dei nazisti.

Neppure durante il conflitto la Confederazione fu un’isola tagliata fuori dal mondo: la legava ad altri paesi un ampio ventaglio di rapporti e di impegni reciproci, per quanto ostacolati dal conflitto. Nonostante la segretezza da parte tedesca, notizie credibili sullo sterminio degli ebrei giunsero a Zurigo, Basilea, Berna e Ginevra; la Svizzera divenne, per la sua posizione geografica, un punto nodale in cui confluivano le informazioni e in cui - soprattutto dopo l’occupazione della zona sud della Francia di Vichy (novembre 1942) - si concentravano gli organismi umanitari, elvetici e internazionali. I rapporti di tali organismi con le autorità federali, tuttavia, furono improntati allo sforzo di ridurre al minimo assoluto l’accoglimento dei profughi e le loro possibilità di azione. Espressione della discrepanza fra sapere e agire, della simultaneità fra livello informativo notevole e passività politica, è il seguente esempio: Gerhart Riegner, rappresentante del Congresso ebraico mondiale a Ginevra, proprio dalla Svizzera informò gli Alleati sulla politica nazista di sterminio, eppure i progetti di stigmatizzare pubblicamente il genocidio vennero archiviati sia a Berna (capitale federale) sia a Ginevra (sede del CICR).

Anche dopo aver preso conoscenza di quei fatti inconcepibili, le autorità federali - come la maggior parte dei governi di altri paesi - modificarono ben poco la loro politica in materia di profughi. Gli atteggiamenti più comuni negli Stati neutrali furono l’indifferenza, la passività o il tentativo di trovare un accordo con il sistema nazista; sia nel 1938 sia nel 1942, quindi, in Svizzera fu possibile addurre come argomento per giustificare la chiusura delle frontiere la linea adottata da altri paesi democratici. Presi nella complessa rete delle relazioni germano-svizzere e davanti agli effetti della guerra mondiale, i responsabili delle decisioni elvetiche cercarono di salvaguardare l’indipendenza e la stabilità econonomica della Confederazione, considerando la sorte dei profughi un problema subordinato; pur disponendo di alcuni atouts legati al ruolo internazionale della Svizzera, essi sfruttarono ben poco il loro spazio di manovra, scarso ma non inesistente, per difendere valori umani fondamentali.



Accoglimento e respingimento dei profughi

Nell’estate 1942 le autorità elvetiche giunsero alla conclusione che per motivi militari, politici ed economici la Svizzera, salvo poche eccezioni, non poteva più accogliere altri profughi; i responsabili militari, inoltre, suggerirono il respingimento sistematico al confine come misura atta a distogliere altri fuggiaschi anche dal semplice tentativo di riparare nel paese. Per questi motivi, dall’agosto 1942 il numero dei respinti alle frontiere subì un aumento massiccio e rimase elevato sino all’autunno 1943; solo per quel periodo ne sono documentati oltre 5'000 (oltre 24'000 per l’intero periodo bellico). Nell’anteguerra e durante il conflitto, per giunta, si ebbero espulsioni che i funzionari non annotarono per iscritto o le cui registrazioni sono andate perdute, e non è certo quante persone non cercassero neppure di entrare nella Confederazione perché informate della politica restrittiva o perché la loro richiesta di visto era stata respinta da una rappresentanza consolare elvetica; rimane quindi oscuro il numero esatto di coloro che la Svizzera avrebbe potuto salvare dalla deportazione e dalla morte.

Nonostante la decisione di respingere tutti i profughi salvo quelli "politici", durante la guerra vennero accolti su suolo elvetico 21'000 ebrei e complessivamente oltre 51'000 civili, per tre motivi. Anzitutto furono ammessi quelli che rientravano nella categoria dei cosiddetti "casi penosi", e di norma non venne espulso chi era riuscito, dopo aver varcato clandestinamente la frontiera, a raggiungere la fascia interna del paese (benché siano documentati anche da lì vari casi di espulsione); dall’autunno 1943, infine, le autorità passarono a una linea meno restrittiva. Quest’ultima possibilità venne sfruttata da molti fuggiaschi giunti in Svizzera dalla frontiera meridionale, nel contesto delle vicende politiche e militari italiane; ma fra loro gli ebrei, la cui situazione di perseguitati venne riconosciuta come motivo di accoglimento solo nel luglio 1944, in proporzione furono pochi.

Nel rapporto di tensione fra norme che in linea di principio imponevano di respingere i profughi e una prassi che nel caso individuale offriva invece l’opportunità di accoglierli, singoli funzionari e moltissimi privati cercarono di salvare i fuggitivi giunti alla frontiera svizzera; questa situazione complessa solleva il quesito delle competenze e della responsabilità. Un ruolo centrale ebbero il Consiglio federale, che all’inizio della guerra aveva ottenuto dal parlamento un regime straordinario di pieni poteri, e il comando dell’esercito, ai cui obiettivi vennero subordinate numerose sfere della vita politica e sociale. Le limitazioni delle competenze parlamentari e dei diritti democratici (per esempio della libertà di stampa) fecero anche sì che il potere delle autorità fosse esteso; il margine discrezionale e decisionale di singoli funzionari era notevole, sia a Berna sia al confine. Sarebbe bene, pertanto, non parlare di responsabilità collettiva della popolazione svizzera: è troppo evidente che le competenze e quindi anche la responsabilità erano distribuite in modo molto disuguale, come si scopre chiaramente seguendo le vie che portarono ad accogliere certi profughi e a respingerne altri.

Il presente rapporto attribuisce un rilievo affatto particolare alla ricostruzione di quelle vie, quindi alle esperienze dei fuggiaschi. Nonostante le lacune degli archivi, sono stati indagati i canali di espatrio, i pericoli legati alla fuga, la situazione alla frontiera, i diversi modi d’agire dei funzionari al confine e negli uffici, gli aiuti offerti dalla popolazione; ne deriva un quadro differenziato che illustra chiaramente la minaccia gravante sui profughi e i modi diversi in cui essi furono trattati in Svizzera. Sulla scorta di esempi ben documentati, il percorso e la sorte di pochi fuggitivi vengono qui seguiti, anzitutto, dal loro luogo d’origine alla frontiera; in tal senso emergono sia l’importanza dei gruppi con ramificazioni internazionali che favorivano l’espatrio clandestino, sia le condizioni delle fughe organizzate a livello individuale. Per superare il confine, molti fuggiaschi si appoggiavano ai cosiddetti passatori, che agivano in parte per motivi finanziari, in parte per convincimenti politici, religiosi o umanitari; sul lato svizzero, poi, incontravano funzionari che in certi casi mostravano comprensione e li aiutavano, in altri reagivano nei loro confronti con inflessibilità, talvolta anche con un disprezzo di matrice antisemita e con violenze fisiche. Quest’ultima possibilità è documentata, nel presente rapporto, con le espulsioni praticate a Ginevra nell’autunno 1942; più tardi i loro responsabili furono condannati da un tribunale, il che dimostra le dimensioni straordinarie assunte dai provvedimenti ginevrini. La situazione di Ginevra, ciononostante, non si può ritenere un caso singolare, perché respingimenti compiuti senza riguardi sono attestati anche per altri tratti di frontiera e perché le istanze superiori, che speravano in un "effetto dissuasivo" sui profughi da una prassi sistematica in materia, stettero a guardare parecchio tempo prima d’intervenire.

Il soggiorno nei campi di smistamento (Auffanglager) a gestione militare, ove i rifugiati passavano le prime settimane o i primi mesi, fu contraddistinto da misure di controllo e di disciplina nonché, in certi casi, dalla scarsità di cibo e di vestiario. I responsabili delle decisioni vedevano nei profughi molto più una minaccia alla sicurezza del paese che esseri umani perseguitati da proteggere, e ciò rese difficili da tollerare le condizioni di vita in alcuni dei campi; molti comandanti e loro collaboratori, inoltre, non erano all’altezza del proprio compito. L’alloggiamento successivo in campi civili e case collettive si distinse ben poco, sul piano materiale, dalle condizioni in cui vivevano i soldati in servizio attivo e la popolazione civile: nella realtà dell’economia di guerra anche la vita quotidiana degli svizzeri fu segnata da molte restrizioni, in particolare nell’approvvigionamento (razionato) di viveri e vestiario e nella sfera lavorativa, ove vigeva un obbligo generale di "servizio del lavoro" e l’intera popolazione era coinvolta nel "Piano Wahlen" sulle coltivazioni. Motivo di lagnanze tra i rifugiati, del resto, piuttosto spesso non fu tanto il mantenimento materiale quanto la comprensione insufficiente mostrata nei loro confronti dalle autorità svizzere; errori gravi vennero compiuti separando le famiglie, isolando i profughi dalla gente del posto, vietando loro di esercitare attività lucrative e simultaneamente obbligandoli a svolgere lavori non adatti, in certi casi, alla loro costituzione fisica o formazione professionale. Queste misure, la cui responsabilità ricade sulle autorità politiche, furono più agevoli da sopportare quando chi dirigeva campi e case collettive trattava i loro ospiti con umanità e cercava di mettersi nella loro situazione; il presente rapporto mostra come nella ZLA (direzione centrale delle case d’internati e dei campi di lavoro) si cercassero soprattutto capicampo il cui massimo obiettivo fosse mantenere l’ordine e la disciplina, ma anche che in qualche campo i rifugiati - almeno nella misura concessa loro dall’esilio - si trovarono bene.

Mentre su campi e case collettive oggi sono disponibili vari lavori di ricerca, sull’alloggiamento privato dei profughi si sa ancora poco; e ciò anche se gran parte di loro, dopo una permanenza provvisoria nei campi, trovò appunto una sistemazione privata, talvolta offerta loro gratuitamente (ad esempio durante l’apposita campagna lanciata dal pastore protestante Paul Vogt nell’autunno 1942), ma nella maggior parte dei casi in affitto.