6. La Seconda guerra mondiale
6.6. La Svizzera durante la Seconda guerra mondiale

L'esitazione del Presidente della Confederazione

Discorso radiofonico del Presidente della Confederazione Marcel Pilet-Golaz, 25 giugno 1940.

Confederati,

vi sarete certamente chiesti perché durante tante settimane - e sono ormai sette - io sia rimasto silenzioso. Il Consiglio federale non aveva dunque nulla da dire sugli avvenimenti che si svolgevano come una tragica cinematografia sullo schermo del mondo?

Il Consiglio federale doveva riflettere, prevedere, decidere, agire e non fare discorsi - da noi si ha fin troppo la tendenza a parlare, ciò che non devia d'una linea il corso delle cose.

Se oggi mi rivolgo di nuovo al popolo svizzero è perché nel frattempo è sopraggiunto un avvenimento d'una portata eccezionale, gravido di conseguenze imprevedibili: la tregua d'armi conchiusa tra la Francia, la Germania e l'Italia.

Per quanto grande sia la tristezza che ogni cristiano prova davanti alle rovine ed ai lutti accumulati, è con un senso di sollievo che noi Svizzeri vediamo incamminarsi verso la pace le tre grandi Nazioni vicine con le quali conserviamo relazioni spirituali ed economiche tanto intime, quelle Nazioni che idealmente si congiungono ad disopra delle nostre Alpi, lassù presso il Cielo, e le cui civiltà ci hanno costantemente largito, lungo il volger degli anni, tesori spirituali, così come i fiumi che discendono dai tre versanti del Gottardo fecondano generosamente le loro pianure.

Questo senso di sollievo è naturale ed umano soprattutto per noi, piccoli neutri fin qui risparmiati sotto tutti i rapporti. Tuttavia non deve essere tale da acciecarci: sarebbe estremamente pericoloso abbandonarci ormai all'illusione di una gioia spensierata; il presente in cui viviamo è troppo pieno d'incertezze perché si possa ricadere mollemente nel passato.

L'armistizio non è ancora la pace ed il nostro continente rimane in istato di allarme.

Giacché la guerra non infierirà più alle nostre frontiere, noi potremo certamente pensare senz'indugio ad una smobilitazione parziale e graduale del nostro esercito. Ma questa stessa smobilitazione fa sorgere problemi estremamente delicati per la nostra economia nazionale profondamente modificata.

La collaborazione internazionale, tanto necessaria alla prosperità dei popoli, è ben lungi dall'essere ristabilita. L'Impero britannico annuncia la sua ferma decisione di continuare la lotta sulla terra, sul maree nel cielo. Prima di riprendersi, l'Europa deve trovare il suo nuovo equilibrio che sarà indubbiamente molto diverso da quello passato e che si fonderà su tutt'altre basi di quelle che la Società delle Nazioni aveva vanamente tentato di gettare.

Ovunque, in tutti i campi - spirituali, materiali, economici e politici - la ripresa indispensabile esigerà uno sforzo potente che, per essere efficace, dovrà far astrazione da formule ormai sorpassate. E ciò a costo di dolorose rinunce e di duri sacrifici.

Basta pensare al nostro commercio, alla nostra industria, alla nostra agricoltura, per averne un'idea. Quanto sarà difficile il loro adeguamento alle circostanze nuove! Molti saranno gli ostacoli da sormontare, ostacoli che ancor meno di un anno fa erano ritenuti invincibili, prima di poter assicurare ad ognuno, com'è nostro dovere primordiale, il pane che nutre il corpo ed il lavoro che risolleva l'animo!

Per giungere a tali risultati, che allo scettico possono sembrare ben magri, ma che pur sono essenziali per la salvezza del paese, si dovranno prendere decisioni importantissime. E non già decisioni lungamente discusse e vagliate che non gioverebbero per arginare la marea travolgente e rapida degli avvenimenti: bensì decisioni rapide se pur ponderate, prese d'autorità! Sì: prese d'autorità. Non illudiamoci: i tempi in cui viviamo ci strapperanno dalle nostre vecchie abitudini, fatte di indolenza, di comodità, anzi - perdonatemi l'espressione- di comodaccio!

Ma che importa? Non confondiamo la vecchia pratica, rinsecchita nella carraia, con la tradizione, linfa vivificante che risale dalle profonde radici della storia. La tradizione appunto esige il rinnovellarsi continuo, in quanto essa non è una marcia sul posto, ma un continuo fluire intelligente del passato verso l'avvenire. Non è il momento di volgersi melanconicamente indietro, ma di guardare risolutamente davanti a noi, per poter contribuire con tutte le nostre forze, modeste e pur utili, al risorger del mondo in rovine.

Il Consiglio federale vi ha promesso di dirvi sempre la verità. Esso ve la dirà coraggiosamente, senza camuffarla. È giunto il momento di rinnovarsi interamente. Ciascuno di noi spogli dell'antica scorza, perché oggi non giova: concionare, ma concepire; chiacchierare, ma operare; divertirsi, ma produrre; chiedere, ma donare.

Oh, certamente tutto ciò non avverrà senza dolorosi strappi! Si dovrà, prima di pensare a sé stesso, e solo a sé stesso, pensare agli altri - nell'interno e all'esterno- ai poveri, ai deboli, ai derelitti. Non si tratterà già di largire in scarse elemosine il superfluo, poiché saremo certamente chiamati a condividere con gli altri quanto fino ad oggi abbiamo reputato indispensabile per noi. Non sarà soltanto l'obolo del ricco, ma anche la carità della vedova. Il Vangelo come sempre, c'insegnerà come riprenderci nell'avversità.

Noi abbandoneremo certamente tante esteriorità e tanti agi a cui teniamo, perché sono una manifestazione incosciente del nostro egoismo. Ma lungi dal diminuirci, queste privazioni saranno per noi una nuova ricchezza. Riprenderemo in tal modo la salutare abitudine di faticar molto per ottenere modesti risultati, quando fino ad oggi ci siamo cullati nel pensiero di lavorar poco per guadagnar molto, dimenticando che lo sforzo è già per sé stesso fonte di gioia, come ben c'insegnano gli sportivi i quali da tanto tempo conoscono questa verità.

Invece di pensare a noi, ai nostri beni, penseremo anche agli altri ed ai loro bisogni elementari: questa è la vera solidarietà- non già quella dei discorsi e dei corteggi - solidarietà che cementa la comunanza nazionale nella fiducia e nell'unione, col lavoro e con l'ordine, le supreme forze creatrici. Ed il Consiglio federale fornirà al popolo svizzero del lavoro ad ogni costo.

Da noi, l'ordine è virtù innata, ed io sono persuaso che sarà mantenuto senza difficoltà, con l'aiuto di tutti i buoni cittadini. Questi comprenderanno che il Governo deve agire. Conscio delle sue responsabilità, esso le assumerà appieno, all'infuori, al disopra dei partiti, al servizio di tutti gli Svizzeri, figli della stessa terra, spiga dello stesso campo. A voi, Confederati, di seguirlo come una guida sicura e devota che non potrà sempre spiegarvi, commentarvi, giustificarvi le sue decisioni. Gli avvenimenti incalzano: è necessario regolare il passo al loro ritmo. In tal modo e solo in tal modo, salvaguarderemo il nostro avvenire.

Le divergenze private, regionali o partigiane devono scomparire davanti alla legge suprema dell'interesse nazionale. Chiudete i ranghi dietro il Consiglio federale. Mantenete la calma che esso dimostra. Restate risoluti con lui. Abbiate fiducia come esso ha fiducia. Il Cielo ci proteggerà se noi sapremo meritare la sua protezione.

Nel coraggio e nella risolutezza, nello spirito di sacrificio e nell'abnegazione sta la nostra salvezza.

Forte di queste virtù, la nostra Patria libera, umanitaria, comprensiva, ospitale continuerà la sua missione fraterna che si ispira alle grandi civiltà europee.

Svizzeri, fratelli, degni del nostro passato, avanti impavidi verso l'avvenire.

Dio ci protegga!